La che il giudizio implica sempre tutta la

La”conoscenza per fede” non fariferimento unicamente all’esperienza religiosa ma rappresenta un aspettocaratterizzante per la costituzione del nostro sapere. A partire da questaconsapevolezza è possibile problematizzare una serie di pregiudizi diffusinella nostra cultura e proporre un confronto tra le varie figure dellarazionalità.La “conoscenza per fede”, oltre a riferirsi all’esperienza religiosa, caratterizzala costituzione del nostro sapere ed è anche, oggigiorno, la forma diconoscenza diffusa, perché noi non andiamo a verificare quanto ci viene detto,ma semplicemente ci affidiamo al giudizio espresso da una persona: qui possiamodire che si forma una sorta di pregiudizio, ossia un giudizio non verificatonella sua autenticità, come, ad esempio, quando in una parrocchia vi èl’ingresso canonico di un sacerdote, prima ancora che questo avvenga, giranogià dei giudizi all’esterno, che di per sé sono affrettati e non verificati.

Aquesto punto non posso non parlare della dimensione razionale del conoscere,che B. Lonergan analizza nei capitoli IX e X di Insight, soffermandomi però sulla nozione di giudizio.Lonergan dice: «Il nostroconoscere è un atto limitato, questo a causa, dei condizionamenti dati dallanostra storia e della nostra cultura, per cui non raggiungiamo mai unacomprensione onni-inclusiva»1,quindi non possiamo avere una conoscenza completa delle cose. Questaincompletezza di conoscenza non è sempre un male, e questo per un duplice motivo:«non solo fonda la possibilità di uno sviluppo cumulativo sul piano diintelligenza»2,ma ci fa porre inevitabilmente la domanda sulla validità delle intellezioniapprese e forma uno “spirito critico”, che ha come obiettivo l’illimitatezzasia conoscitiva sia della verità.

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Prima di arrivare algiudizio vi è una sorta di “anticamera”, una ricerca che fonda la nostrasoggettività, quella che Lonergan chiama «l’intellezione riflessiva», ossia unevento atematico, non ancora un giudizio; ma prima di arrivare a quest’ultimo,colgo le ragioni e poi procedo ad argomentare per sostenere un giudizio daesprimere.Lonergan insiste moltonel dire che il giudizio implica sempre tutta la persona, ed afferma: «chigiudica, mostra sé stesso, rivela la persona che è».3 Ci sonotre livelli operativi nell’analisi dell’attività conoscitiva: livello empirico,formato da dati, immagini percettive o libere; livello intellettuale, formatodalle domande per intelligenza; livello razionale, formato dalle domande perriflessione ed è quest’ultimo livello che porterà poi al giudizio.

Questilivelli, seppur distinti, sono collegati tra loro e ciascuno di essi presupponeil precedente e rimanda al successivo; ad es. il livello intellettuale, che,come abbiamo visto, è il livello centrale, presuppone il livello empirico erimanda al livello razionale.Lonergan riprende dallatradizione scolastica i trascendentali dell’essere (ens, unum, verum, bonum) e li adopera per introdurre il tema deiprecetti trascendentali (sii attento, siiintelligente, sii ragionevole, sii responsabile, ama in maniera irristretta),ovvero delle indicazioni normative che chiamano in causa il soggettoconoscente. Nel processo conoscitivo, è importante essere attenti nel cercaredi capire quanto c’è da capire, prendere posizione e poi parlare, prendendoposizione e valutando gli elementi che si hanno a disposizione.

Ai cinqueprecetti trascendentali in “Metodo allateologia”, Lonergan ne introduceun sesto: “Riconosci la tua storicità”. Conquesto, Lonergan vuole dirci che solo riconoscendo che siamo immersi nellastoria e in una cultura possiamo prendere una posizione, tra cui il giudicareoppure diventare relativista. Questi precetti trascendentali costituiscono ilnostro dinamismo conoscitivo e sono l’unità di fondo della nostra persona.Due sono i tipi diprocesso conoscitivo: diretto e introspettivo. Il processo conoscitivo direttoè quello più ovvio in quanto ragioniamo sui dati affiorati dalla nostraconoscenza, mentre il processo conoscitivo introspettivo parte dai dati dicoscienza i quali poi si sottopongono al giudizio razionale. Però c’è da direche il termine introspezione, in questo caso, non sta a significaresemplicemente un “guardarsi dentro”, bensì un riconoscere l’oggettivazionedella propria esperienza in quanto soggetto conoscente.Ritornando ai giudizi,noi siamo soliti giudicare per singoli momenti o situazioni, ma in realtà essi nonsono mai separati, bensì contestuali.

Anche se limitati, i giudizi restano connoi e condizionano il nostro presente formando un contesto abituale. S. Muratoreparla di una distinzione di tre relazioni che costituiscono l’aspettocontestuale del giudizio: «infatti i giudizi passati restano con noi e formanoun orientamento conoscitivo abituale»4. Questosignifica che il nostro conoscere abituale del presente è condizionato dalnostro passato.

Poi nel presente i giudizi possono sia integrarsi tra loro siaentrare in conflitto, nel senso che un giudizio formatosi in passato si puòverificare e confermare nel presente, oppure può non corrispondere affatto eper questo entra in conflitto con il presente. «Non ogni giudiziotuttavia è un giudizio razionale»5;infatti, come dicevano all’inizio, a volte ci possono essere giudiziaffrettati. Lonergan evidenzia l’attività conoscitiva che sta alla base delgiudizio razionale, ovvero l’intellezione riflessiva. Parlando di intellezioneriflessiva occorre distinguere tra un condizionato, che dipende da condizioni,e un incondizionato, che equivale ad un assoluto, ovvero è esente dacondizioni. Muratore evidenzia due casi di assoluto, che chiama assoluto totalee assoluto di fatto. Il primo è senza condizione e quindi privo di qualsiasiriferimento ad una determinata condizione, mentre il secondo è un essere esenteda condizioni nella misura in cui queste vi si trovano già realizzate. Poi c’èun altro caso, che Lonergan chiama “virtualmenteincondizionato”, che presuppone tre parti: un condizionato, un legame tracondizionato e condizioni e il compimento delle condizioni.

Un virtualmenteincondizionato è simile ad un assoluto di fatto, con la differenza che mentrequest’ultimo è privo di riferimenti a condizioni, nel virtualmenteincondizionato le condizioni vi si trovano già tutte realizzate. Quindi lanostra ricerca di verità non è ricerca di un assolutamente incondizionato – chenon troveremo! – ma di un virtualmente incondizionato ed è quindi una realtàpossibile.Ritornando allaconoscenza per fede, affermo che per conoscere qualcosa o qualcuno, non c’èbisogno solo di voci che ci esprimono giudizi che, bene o male, condizionano ilnostro conoscere; per affermare un qualcosa dobbiamo prima aver fattoesperienza e poi verificare fino ad arrivare ad esprimere, sì, un giudizio, masu fatti concreti. Solo dopo aver fatto questo, possiamo dire che conosciamo,perché la nostra conoscenza non è condizionata da altri, ma è frutto dellanostra esperienza personale e concreta.               Smascherarele controposizioni costituisce un vero e proprio servizio che il metafisico puòrealizzare nei confronti di impostazioni epistemologiche che sono risultateproblematiche o del tutto inadeguate ad affrontare le sfide del presente. «Per controposizioneLonergan non intende la semplice affermazione di una contraddizione, ma lapresenza di affermazioni che entrano in contraddizione con la metafisicalatente, ossia con le caratteristiche e le esigenze del dinamismo intenzionaledel soggetto»6. Quisiamo al passaggio dalla metafisica latente alla metafisica esplicita. Questopassaggio Lonergan lo propone nei termini di “auto-appropriazione”: per fare metafisica in modo corretto edesauriente non ci si può fermare alla teoria della conoscenza, ma ci si devechiedere dove si è, qual è il proprio grado di tematizzazione, conoscenza eidentificazione nel cammino del dinamismo della coscienza.

Sono io un soggetto conoscente? Questa èuna domanda molto personale, e per trovare una risposta è richiesta una presadi posizione da parte della persona interrogante. Qui è in questione lapossibilità di un “atto di auto–affermazione del soggetto”, ovvero lapossibilità di produrre un corretto giudizio e quindi più in particolare sitratta dell’affermarsi del soggetto come conoscente. In questa domanda sial’aspetto cognitivo, sia l’aspetto etico–esistenziale sono intrecciati tra loro.La risposta alla domanda “sono io un soggetto conoscente?” è un giudizio eanche un virtualmente incondizionato, in quanto ha in sé una definitività taleda non poter essere messa in discussione, perché con quel giudizio razionale iosto riconoscendo non cosa conosco ma come io vedo la mia struttura. Quindi unavolta giunti ad una affermazione non è possibile più tirarsi indietro perché secosi fosse cadremo in controposizione.Lonergan dice che uno deicompiti principali del metafisico è appunto quello di smascherare lecontroposizioni. Parlando del kantismo, Lonergan dice che quest’ultimo ha deimeriti, che lo annoverano a pieno titolo nei punti di arrivo dell’indaginefilosofica della modernità: mettere al centro l’analisi del soggetto, una seriaindagine per conoscere come siamo strutturati.

Primo atto della conoscenza è lasensazione. I. Kant ha dato alla sensazione un ruolo rivelativo e veritieronell’atto del conoscere; infatti, quando egli parla dell’Anschauung, dà per escluso che si possa andare oltre l’apparenza edice che la realtà nella sua radice più profonda ci resterà sconosciuta, «infattiil percepire sensibile non ci dà la cosa in sé, il noumeno, ma il fenomenoovvero l’apparenza della cosa»7:questa è la cosa più reale che il soggetto può conoscere in quanto perconoscere la cosa in sé, nella sua inseità, da sola, si dovrebbe escludere ilsoggetto conoscente: ma senza soggetto non c’è conoscenza. Muratore fa unesempio per illustrare questa posizione kantiana: se guardiamo fuori dallafinestra possiamo fare due tipi di affermazioni: ci sono delle case rosse edegli alberi verdi oppure possiamo dire io vedo delle case rosse e degli alberiverdi8.

Queste due affermazioni sembrano simili tra loro, invece non lo sono, perchédicendo: io vedo delle figure che sembrano essere delle case rosse e alberiverdi, noi non parliamo della realtà degli elementi, ma del fenomeno ovvero ciòche appare ai nostri occhi. Invece quando noi affermiamo che ci sono deglielementi e che hanno particolari caratteristiche, noi stiamo parlando dellarealtà in quanto diciamo le loro proprietà reali. «Per Kant il percepiresensibile non è solo conoscenza immediata ma è anche modello ideale dellaconoscenza “oggettiva”»9.Lonergan analizza laposizione kantiana ed evidenziando la controposizione dice che il filosofotedesco ha ragione nel dire che l’unico tipo di conoscenza che presenta icaratteri dell’immediatezza è il percepire sensibile, ma cade in errore quandoprende quest’ultimo e ne fa il modello del fatto conoscitivo.

Questo perchéquando vediamo o sentiamo qualcosa non abbiamo la totalità di ciò che sensibilmentepercepiamo attraverso i nostri sensi. Questa totalità di cui parla Lonergan èl’insieme dei valori, dei significati o, come direbbe Tommaso d’Aquino, «L’universodell’essere»10. Ilproblema della posizione kantiana secondo Lonergan sta nel fatto che c’è unapretesa di far credere che quello che si afferma sia vero, cioè lacontraddizione non sta nel dire: io conosco solo apparenze, ma il fatto che ioconosco solo apparenze lo dobbiamo dare per vero. Mentre il kantiano direbbeche noi non conosceremo mai la cosa come è veramente, il lonerganiano direbbeche conosceremo in modo autentico in base a giudizi ben fondati. Quindi lacontroposizione sta appunto nel momento in cui vogliamo che altri prendano pervero il fatto che a un vero non ci potremmo mai arrivare. Anche per irelativisti scatta un discorso del genere.

Per il relativista tutto è dipassaggio, non c’è nulla di certo. C’è bisogno di un impegno nel riconoscereche ciò che affermiamo sia vero, ma quello che diciamo non sempre può esserericonosciuto come vero. Muratore riconosce dei meriti ai relativisti,soprattutto ai pensatori che valorizzano il livello intellettuale del conoscere,contro la posizione empirista che si ferma al dato immediato, il riconoscimentodi un’aspirazione alla comprensione onni-inclusiva e infine l’attenzione aicondizionamenti della storia e delle diverse culture che vi sono nel mondo11,ma nonostante ciò anche la posizione relativista presenta alcunecontroposizioni.Nel relativista c’è unapropensione a trascurare i fatti della conoscenza, questo dipende daun’inadeguata distinzione tra il piano dell’intellezione e il piano dellariflessione critica, ovvero quella del giudizio; qui l’incondizionato è intesocome termine ideale. Poi in ultima analisi, dice Muratore, che nella posizionerelativista c’è una svalutazione del senso comune.Quindi la metafisicaassume nei confronti della controposizione un ruolo chiarificatore edestrutturatore. Essendo la metafisica un cammino di correttezza filosofica,essa non ammette delle irregolarità nell’indagine, e maggiormente nellariflessione logica.

Si può dire dunque che è lo stesso procedere retto dellaconoscenza che rende vana ogni controposizione, ossia ogni attività conoscitivache va in contrasto con sé stessa. 1 S.  Muratore, Filosofia dell’essere, edizioni San Paolo, 2006, 245.2 Ibidem.3 Ibidem, 246.4 Ibidem,252.

5 Ibidem, 254.6 A.Trupiano, «Oggettività dellaconoscenza e autenticità del vivere umano nell’itinerario di Bernard Lonergan», in C.Taddei Ferretti (a cura di),Bernard J.

F Lonergan Tra Filosofia eTeologia, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli 2011, 48.7S. Muratore, Filosofia dell’essere, edizioni San Paolo, 2006, 277.8 Cf Ibidem, 278.9Ibidem, 279.10 Ibidem, 280.11 Ibidem, 283.